Consultorio Diocesano Famiglia Nuova

Diocesi di Pozzuoli

Parrocchia S.Michele Arcangelo

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Gli altri ci deludono

 

Gli altri ci deludono perché ci aspettiamo più di quanto possano dare.

In effetti ci poniamo nei loro confronti con una mentalità consumistica, esigendo qualcosa che è nei nostri progetti, ma non in quelli delle persone  a noi più care.

Gran parte della nostra sofferenza viene dal sentirci soli, non capiti, non condivisi.

L’amicizia, il matrimonio, i rapporti con i nostri fratelli nella comunità di fede. diventano vie di rivelazione reciproca dell’amore di Dio, di cui partecipiamo e di cui diventiamo rivelazioni umane.

Gli impedimenti che incontriamo sul nostro cammino sono:

§        Bisogno di essere giustificati. [ stato di soggezione ] Si radica nell’ansia di piacere, di essere accettati. Molte cose che facciamo per gli altri, in fondo nascono dal nostro bisogno dell’approvazione degli altri, perché siamo alla ricerca della nostra identità attraverso il consenso degli altri. Uscire dal blocco generato dal bisogno di dare prova di se stesso, di essere amabile.

§        Incapacità di ascoltare gli altri, inquadrandoli come oggetti per raggiungere uno scopo anche nobile, ma non come persone. Mancata attenzione alla persona. Incapacità empatica. Gli altri mi servono, devono rispondere in questo modo come penso. Attivismo esasperato.

§        La nostra competitività. Desideriamo essere diversi, speciali. Siamo competitivi senza volerlo, senza neppure rendercene conto. Inseriamo nel nostro modo di agire una trappola sottile, una pulsione a riportare conquiste e gratificazioni. Siamo presi dalla preoccupazione di difendere noi stessi.

La compassione, la misericordia è realtà di Dio, solo di Dio.

Il bene che Gesù seminava intorno a sé era frutto di un rispondere ad una necessità della persona.

Cosa posso fare per te? E non piuttosto come posso realizzarmi attraverso di te?

Il vero servizio che possiamo dare incominciando da casa nostra  è quello di mettere in contatto gli altri con qualcosa di più di ciò che noi siamo, in contatto con colui che ci trascende, che è al di là di noi.

Cosa fare allora per liberarci dal carcere del nostro Io egoista, dai condizionamenti dettati, imposti dal nostro Io tiranno nei confronti nostri e degli altri?

Come sanare le nostre relazioni ferite, alterate, contraffatte?

Come possiamo avere gli stessi sentimenti di Gesù, che si chinava sul dolore altrui con piena compassione, misericordia?

Entrando nella solitudine con noi stessi. Entrando nel silenzio, non visto come espressione di asocialità, ma piuttosto come luogo per incontrare Dio che viene incontro  alla nostra umanità ferita.

Stare soli con Dio.

 

Sal 34, 19  Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti.

 

Potersi regalare momenti del genere per trovare quella pace interiore, può ridimensionare il nostro stare con gli altri e disporci alla relazionalità in maniera rinnovata.

Le vacanze estive potrebbero rispondere a tale esigenza interiore, se solo sapessimo tenere a freno le programmazioni consumistiche degli operatori turistici pronti ad offrire stress stagionale ed emozioni forti.

Tutto questo diventa difficile, perchè troppo presi dal produrre risultati in una produttività esasperata, ad avere successo per dimostrare che siamo all’altezza, che non siamo fuori corso.

Ciò che può dare serenità alla nostra vita è la consapevolezza di essere chiamati alla vita dall’amore di Dio, non dal nostro affaccendarci nevrotico o dal nostro analizzarci all’infinito per capire chi ci abbia ferito.

E’ inevitabile che siamo stati feriti nella nostra vita dalle persone che ci amano: moglie, marito, figli,  amici,  colleghi,  fratelli di comunità.

Gesù parla di odio nel Vangelo. Gesù che è l’amore adopera la parola odiare, perché sa che la nostra sofferenza viene proprio da questa attesa nevrotica di sentirci amati dagli altri.

Allora non dobbiamo aspettarci di essere ricambiati nell’amore?

No, assolutamente!

Abbiamo, certamente,  bisogno di essere amati, ma di andare oltre questo bisogno che diviene un limite invalicabile, quando leghiamo l’altro alla nostra affettività, alle nostre aspettative.

Abbiamo bisogno di abbracciare con il perdono questo limite di tutta l’umanità, uscendo dall’esigere e passando alla gratuità.

Perdonare significa appunto questo.

Amo come dono e non più solo come bisogno, come esigenza personale.

Vengo fuori dal coltivare il mio interesse.

Scoprire che stare con l’altro è un dono gratuito.

Nulla mi è dovuto.

Nulla mi spetta.

L’amore è gratuita intesa, è incontro disinteressato, è apertura incondizionata, è cammino irto di difficoltà e non  enfatico percorso trionfale.

Qualcosa di buono viene alla mia vita camminando con gli altri.

Aggressività, diffidenza sono le degne compagne di uno stile di vita fatto di egoismo, di soddisfazione personale a tutti i costi.

Gli altri non sono pedine di una scacchiera da me costruita. Ed io stesso non sono un personaggio vincente.

Una relazione così impostata non può fare altro che  generare invidie, gelosie, rivalità, competitività.

Siamo tutti, nessuno escluso, persone piene di limiti.

La nostra società purtroppo rende difficile una riflessione sull’uomo nella sua realtà esistenziale di povertà, tende a creare i miti, i divi, le dive , in una parola personaggi con pochissimi tratti umani, ma soprattutto senza limiti, racchiusi in una cornice di perfezione irreale.

 

“Non c’è delusione per coloro che  confidano in Dio” [Dan 3, 40]

 

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