La nostra
competitività. Desideriamo essere diversi, speciali. Siamo competitivi senza
volerlo, senza neppure rendercene conto. Inseriamo nel nostro modo di agire
una trappola sottile, una pulsione a riportare conquiste e gratificazioni.
Siamo presi dalla preoccupazione di difendere noi stessi.
La compassione,
la misericordia è realtà di Dio, solo di Dio.
Il bene che Gesù
seminava intorno a sé era frutto di un rispondere ad una necessità della
persona.
Cosa posso fare
per te? E non piuttosto come posso realizzarmi attraverso di te?
Il vero servizio
che possiamo dare incominciando da casa nostra è quello di mettere in
contatto gli altri con qualcosa di più di ciò che noi siamo, in contatto con
colui che ci trascende, che è al di là di noi.
Cosa fare allora
per liberarci dal carcere del nostro Io egoista, dai condizionamenti
dettati, imposti dal nostro Io tiranno nei confronti nostri e degli altri?
Come sanare le
nostre relazioni ferite, alterate, contraffatte?
Come possiamo
avere gli stessi sentimenti di Gesù, che si chinava sul dolore altrui con
piena compassione, misericordia?
Entrando nella
solitudine con noi stessi. Entrando nel silenzio, non visto come espressione
di asocialità, ma piuttosto come luogo per incontrare Dio che viene
incontro alla nostra umanità ferita.
Stare soli con
Dio.
Sal 34, 19 Il
Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti.
Potersi regalare
momenti del genere per trovare quella pace interiore, può ridimensionare il
nostro stare con gli altri e disporci alla relazionalità in maniera
rinnovata.
Le vacanze
estive potrebbero rispondere a tale esigenza interiore, se solo sapessimo
tenere a freno le programmazioni consumistiche degli operatori turistici
pronti ad offrire stress stagionale ed emozioni forti.
Tutto questo
diventa difficile, perchè troppo presi dal produrre risultati in una
produttività esasperata, ad avere successo per dimostrare che siamo
all’altezza, che non siamo fuori corso.
Ciò che può dare
serenità alla nostra vita è la consapevolezza di essere chiamati alla vita
dall’amore di Dio, non dal nostro affaccendarci nevrotico o dal nostro
analizzarci all’infinito per capire chi ci abbia ferito.
E’ inevitabile
che siamo stati feriti nella nostra vita dalle persone che ci amano: moglie,
marito, figli, amici, colleghi, fratelli di comunità.
Gesù parla di
odio nel Vangelo. Gesù che è l’amore adopera la parola odiare, perché sa che
la nostra sofferenza viene proprio da questa attesa nevrotica di sentirci
amati dagli altri.
Allora non
dobbiamo aspettarci di essere ricambiati nell’amore?
No,
assolutamente!
Abbiamo,
certamente, bisogno di essere amati, ma di andare oltre questo bisogno che
diviene un limite invalicabile, quando leghiamo l’altro alla nostra
affettività, alle nostre aspettative.
Abbiamo bisogno
di abbracciare con il perdono questo limite di tutta l’umanità, uscendo
dall’esigere e passando alla gratuità.
Perdonare
significa appunto questo.
Amo come dono e
non più solo come bisogno, come esigenza personale.
Vengo fuori dal
coltivare il mio interesse.
Scoprire che
stare con l’altro è un dono gratuito.
Nulla mi è
dovuto.
Nulla mi spetta.
L’amore è
gratuita intesa, è incontro disinteressato, è apertura incondizionata, è
cammino irto di difficoltà e non enfatico percorso trionfale.
Qualcosa di
buono viene alla mia vita camminando con gli altri.
Aggressività,
diffidenza sono le degne compagne di uno stile di vita fatto di egoismo, di
soddisfazione personale a tutti i costi.
Gli altri non
sono pedine di una scacchiera da me costruita. Ed io stesso non sono un
personaggio vincente.
Una relazione
così impostata non può fare altro che generare invidie, gelosie, rivalità,
competitività.
Siamo tutti,
nessuno escluso, persone piene di limiti.
La nostra
società purtroppo rende difficile una riflessione sull’uomo nella sua realtà
esistenziale di povertà, tende a creare i miti, i divi, le dive , in una
parola personaggi con pochissimi tratti umani, ma soprattutto senza limiti,
racchiusi in una cornice di perfezione irreale.
“Non c’è
delusione per coloro che confidano in Dio” [Dan 3, 40]